in collaborazione con Zen Project

Manifesto Ju Jitsu

 

In data 30 aprile 1999 si sono riuniti a Riccione, presso l’albergo Gambrinus, i seguenti maestri di ju-jitsu: Angelo Briano, Dario Quenza, Fabio Fontanella, Giuseppe Pastore, Franco Tarantino, Italo Francucci, Luca Angeli, Roberto Flammini, Carlo Cariola, Gianfranco D’Oca, Giuliano Foralosso, Claudio Santoni, Paolo Colla, Maurizio Silvestri.

La riunione, convocata da Zen Projest, è nata dalla constatazione che in Italia, mentre da un lato cresce la richiesta di ju-jitsu, dall’altro si assiste ad un proliferare incontrollato di società sportive dove insegnano personaggi che, spesso, pur non avendo una adeguata preparazione tecnica, si spacciano per istruttori e maestri. Volendo tutelare il buon nome del ju-jitsu, la sua immagine e quella degli stessi maestri, presenti o di comprovata preparazione ed esperienza, gli intervenuti rilevano:

In Italia il ju-jitsu fa capo essenzialmente a due grandi matrici: il metodo Bianchi e la World Ju-Jitsu Federation. Esistono anche altre scuole, delle quali una è qui rappresentata (Jkjka) dal maestro Colla e l’Hontal Yoshin Ryu. Le realtà su elencate sono inquadrate in enti di promozione, nella Aijj e o nella Filpjk.

I maestri presenti si dissociano e non riconoscono quanti hanno ottenuto od ottengono o, peggio ancora si autoinvestono, di gradi e qualifiche. Questo anche nel caso in cui, tali gradi e qualifiche, siano state ottenute per motivi che niente hanno a che vedere con una adeguata preparazione tecnica. La stessa opinione di disapprovazione vale anche se questo fosse, eventualmente, accaduto, o accadesse, in seno ad enti di promozione o alla Filpjk.

I maestri presenti, non approvano e non riconoscono quanti non possono dimostrare di fare capo a scuole esistenti, di comprovata tradizione e validità, come specificato all’inizio. O che non possano comprovare la validità di realtà analoghe, ignote al momento.

I maestri presenti tengono a precisare che il ju-jitsu non è esclusivamente identificabile con la difesa personale o lo street fight. E che non si può spacciare per ju-jitsu qualsiasi manifestazione, in cui si presentino tecniche estrapolate dalla tradizione della dolce arte. Meno che mai, si può intendere per ju-jitsu, qualsiasi manifestazione di violenza, nella quale si usino tecniche di ju-jitsu.

Si ribadisce l’importanza della dolce arte, come strumento di crescita dell’individuo. E si ribadisce altresì che, vista la complessità e la delicatezza del compito del docente di ju-jitsu, per sé stesso e per gli altri, è fondamentale che chi ha un grado del genere, abbia seguito un adeguato studio pluriennale ed abbia sostenuto appropriati esami di verifica della preparazione acquisita.

I maestri intervenuti intendono farsi garanti in primo luogo presso le proprie organizzazioni degli intenti elencati. Per tutelare il buon nome e l’immagine del ju-jitsu, nonché di promuovendo nel mondo delle arti marziali e del grande pubblico, si propongono di studiare adeguate forme, non esclusa la creazione di un marchio ad origine contrallata.

Trovandosi d’accordo su tutti questi punti la comunione d’intenti sullo sviluppo del ju-jitsu, i maestri intervenuti decidono di dare seguito a questo incontro e si propongono di dare vita ad uno scambio di esperienze e di mutua assistenza, in termini tecnici ed organizzativi, compatibilmente con le proprie possibilità e i rispettivi impegni con le proprie organizzazioni. Il tutto nella prospettiva di una unica organizzazione sotto la quale unificare il ju-jitsu nazionale. Sempre mantenendo la propria autonomia ed il proprio gruppo di appartenenza.

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