in collaborazione con Zen Project

Caro presidente ti scrivo .....

 

Lettera aperta a Matteo Pellicone

Signor Presidente,

 «C.V.D.», come volevasi dimostrare, era solito scrivere nell’angolo destro in basso della lavagna, il mio professore di matematica in Vª Liceo Scientifico e C.V.D., come volevasi dimostrare, sono costretto a dire e scrivere io, molto modestamente, dopo i Campionati Europei Junior, ultima poco esaltante, meglio forse drammatica, pagina del Judo italiano agonistico.

 Prima di andare avanti e sperando che, come sempre, Ella voglia e possa leggere attentamente questa mia, scevra da ogni secondo fine, intendo precisare e precisarLe che non mi sono seduto sulla riva del fiume sacro ad attendere il passaggio del nemico - vedi mio pezzo, un paio di anni or sono, su questo stesso giornale «Uno schiaffo al Judo italiano» - per queste ragioni:

 - la prima, forse per molti banale, perché amo il mare ed odio i fiumi ed alle loro sponde non mi avvicinerei mai;

 - la seconda, affatto banale, perché in quel cadavere del nemico, il Judo nella fattispecie, come direbbero quelli che parlano e scrivono forbito, ci sarebbe stata anche una piccola parte di me; anche se gli eventi e le strade della vita, la mia vita, mi hanno portato, volente o nolente, ai margini di quel mondo in judogi che io amo più di me stesso, continuo a considerarlo il mio solo mondo e quindi, poiché non sono un masochista, non mi sarei mai seduto sulle rive del fiume sacro ad attendere anche il mio passaggio. Non ho quindi nemici né desideri di vendetta e/o di rivalsa. Chiarito questo vado avanti nel mio discorso. Ho recentemente raccontato, su questo giornale, quello che avevo visto, o meglio quello che non avrei voluto vedere al Città del Palio 1999, la nota rassegna del Judo giovanile internazionale, e non fui solo, quel giorno, a pensarla così. Non scoprivo niente di nuovo, in quel mio pezzo, mi limitavo a constatare che Jigoro Kano certamente si stava agitando nella tomba, e gli Europei di Ostia hanno detto che quanto non visto a Siena non poteva essere foriero, anche se con i fratellini un po’ più grandi, di ippon e medaglie in campo europeo. Probabilmente però, caro Presidente - mi permette il «caro»? - il male è più profondo e Birmingham dovrebbe pur aver detto qualcosa: la sola Ylenia Scapin ha tenuto fede alla sua figura di atleta e di personaggio, argento europeo e bronzo mondiale; gli altri, tutti, e le altre, quasi tutte, hanno fatto la figura dei famosi pifferi di montagna che andarono per suonare e furono... Noi Judo italiano siamo andati nell’isola di Elisabetta IIa gonfiandoci il petto con le medaglie di Bratislava.

 Il proverbio dei nonni che «non è tutto oro ciò che riluce in giallo» dovrebbe pur dire qualcosa e dovrebbe suggerire ora come allora, al tempo dei nonni, che parlare di almeno quattro medaglie e ad essere ottimisti arrivare a sei - tutto regolarmente virgolettato e quindi attribuibile a chi parla, vedi pag. 28 della Gazzetta dello Sport di giovedì 7 ottobre 1999, tanto da indurre chi ha scritto o chi ha preparato la pagina a sparare un «Azzurri sul tatami iridato la prima volta da favoriti», non era esagerato ma addirittura blasfemo.

Gli Europei sono una cosa, e lo sono ancor di più nell’anno del mondiale, e i mondiali ben altra cosa. Nell’anno olimpico ora molto è cambiato, causa il conseguimento dei quota, anche se, a maggio a Varsavia, dopo tutti i tornei di classe A, i giochi, almeno per le migliori nazioni dovrebbero essere già cosa fatta; ed allora quegli Europei 2000 potrebbero anche essere la competizione delle «brenne» come dicono in Maremma (uguale a mozzarelle, scamorze, schiappe, faccia Lei). Non vendo «acqua a mucchietti» cosa gli amici romani mi dicevano, era possibile trovare un tempo a Porta Portese, ma mi permetto di far rilevare che solo Monsieur Benboudaud (pronuncia «Bembudaud» e non «Benbudu» come abbiamo sentito più volte da qualche supponente telecronista) ha saputo passare dall’oro europeo a quello mondiale.

 Guarda caso ma questo signor «Galletto» vince sempre o quasi per ippon e sempre con tecniche diverse. Potrei tediarla, caro Presidente, ormai mi sono preso la licenza di questo «caro», non scherzo e non irrido mi creda, non l’ho mai fatto, con l’elenco di coloro, europei, che hanno saputo conservare una medaglia, magari di metallo meno pregiato, ma mi limito a dirLe, invece, che anche i mondiali militari e le universiadi e, ultimamente, gli Europei a squadre, sono solo una coppa del nonno. Quel gelato è squisito ma le medaglie di quei campionati se non sono di latta, in valore assoluto, poco ci manca; e quando parlo di valore assoluto uso come termine di paragone il podio mondiale e quello di Olimpia. A questo punto non vorrei che il D.T. Romanacci pensasse ad un mio fatto personale con Lui: io non lo considero affatto «un grosso, rude e simpatico ragazzone livornese» come ho dovuto leggere a pagina 12 di Athlon 10/99, ma piuttosto un serio e preparato professionista a cui forse, e sottolineo forse, Lei Presidente non spiegò o non volle spiegare tutto. Per metterlo in guardia sarebbe stato sufficiente ricordare Tommaso Hobbes ed il suo «Hom homini lupus». Al D.T. Romanacci bisognava dire «attento perché nel mondo del Judo Italiano quando va bene sono tutti sparpagliati», come diceva Pappagone, o addirittura vige il «Magister magistri lupus». Allora quel serio professionista o avrebbe rinunciato o avrebbe deciso di partire da lontano, da molto lontano, e di non illudersi sui possibili, eventuali risultati internazionali legati più al caso che alla effettiva esistenza di una scuola, di un tessuto tecnico, capace di produrre qualcosa di buono.

 Cosa fare? Caro Presidente la mia questa volta voglio dirla fino in fondo partendo da un assioma, un postulato, faccia Lei, non un teorema: il Judo difficilmente potrà conquistare i grandi pubblici ed avere quindi i grandi ritorni economici. Il Judo però non è solo sport agonistico; è bene che lo sia e che conquisti medaglie perché per contare in ambito Coni, come Ella ben sa, e per avere i «lilleri» senza i quali non si lallera, occorrono tante medaglie e di quelle pesanti. Ma non è solo sport, fortunatamente, anche se qualcuno non la pensa così, come ho dovuto leggere in un pezzo, non firmato, a pagina 46 di Athlon Agosto/Settembre 1999, «Kuroki è un giapponese atipico che già nel 1970 aveva capito che da lui si volevano risultati e non conoscenze, uno che ha capito subito come era meglio insegnare uno sport e non una via».

 E per tutto questo l’autore scrive «di lui ho un ricordo indelebile».

 Signor Presidente, a questo punto con le palestre sempre più vuote e con le medaglie che vengono «pu penziro» (con il pensiero) come direbbero gli amici di Martina Franca, non basta rimboccarsi le maniche ma occorre levarsi la camicia, togliere la maglia pesante della nonna e, a torso nudo, dare di vanga e di piccone, fare piazza pulita di «portaborse», «faccendieri», «musicanti» e perché no «lestofanti», in area judoistica ovviamente.

Occorre intensificare  qualitati-vamente e  quantitativamente il lavoro di preparazione di allenatori e istruttori almeno da domani in poi; potrei dar fuoco alla miccia e parlare di cinture nere, allenatori che non conoscono più di un paio di tecniche, ma andrei troppo in là e mi limito quindi a dire che le fatiche dell’amico Franco Cappelletti (la nostra amicizia è datata Capo Rizzuto 1974, quando chi Le scrive ebbe l’onore e l’onere di fare da interprete a George Kerr per tre giorni otto ore al giorno, mitica esperienza ripetuta a Numana nel 1976) e le novità studiate e volute dalle commissioni per i Giochi della Gioventù e per gli Esordienti non debbono rimanere lettera morta, parole al vento, fatica sprecata. E tutto alla luce di quanto ripeteva, a noi tecnici della Sua Accademia, con insistenza per vincere la resistenza (il «gutta cavat lapidem» dei latini) il compianto avv. Ceracchini e che non smetterò ma di ripetere: «Voi tecnici dovete insegnare ai vostri ragazzi a fare Judo, a costruirli campioni ci penseremo noi».

 A questo punto il D.T. Romanacci, molto di più di «un grosso, rude, simpatico ragazzone livornese» è inutile che si dia da fare a preparare tabelle, a studiare preparazioni fisiche e psicologiche «ad hoc» se manca poi il gesto tecnico. Ve lo immaginate l’immenso Mark Spitz che solleva tonnellate in palestra, che fa fartlek, circuit training, interval training, repetition training e cose del genere, e poi quando si tuffa in piscina a Monaco 1972, fa solo una vasca perché nessuno gli ha mai insegnato ed egli non ha mai provato una virata? Aggiungo, per sgombrare definitivamente il campo, che a me non interessa, così come non dovrebbe interessare a chi ha a cuore le sorti della nostra disciplina, che a Birmingham anche Francia, Olanda, Germania, Ungheria, Corea, Polonia, Belgio non abbiano brillato.

 Non ho mai guardato né goduto dei mali degli altri perché ho sempre pensato solamente ai miei problemi. «Mal comune mezzo gaudio» lasciamolo ai «bischeri»; posso usare questa parolaccia? Chiudo pregandoLa di ordinare, si proprio ordinare, agli uomini di poca fede che Le saltellano attorno e che pascolano, senza pagare gabella, nel prato del Judo Italiano, di trovare 35mila lire per acquistare e poi mandare a memoria il libro di Jigoro Kano «Fondamenti del Judo» che Ella certamente ricorda bene per averne scritto la presentazione circa un anno fa. Ed ora mi perdoni, caro Presidente, e mi creda come sempre, suo

 Giovanni M. Romani

 

 

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